
"L’uomo saggio vive finché deve, non finché può"
Seneca
L’eutanasìa (dal greco: ευθανασία -ευ, eu, "bene", θανατος, thanatos, "morte": "buona morte") è una pratica che procura la morte, in genere nel modo meno doloroso possibile, a persone o ad animali (per questi ultimi si veda la voce Eutanasia animale) affetti da morbi, sindromi o malattie considerate incurabili, allo scopo di eliminare la sofferenza.
Si definisce volontaria se richiesta o autorizzata dal paziente.
Il termine “eutanasia” si può riferire a diversi tipi di pratiche, distinguibili anche sul piano morale e giuridico:
- l’eutanasia attiva (in cui si provoca attivamente la morte del malato, per esempio attraverso la somministrazione di sostanze tossiche);
- l’eutanasia passiva (in cui si procura la morte del malato indirettamente, sospendendo le cure);
- il suicidio assistito (in cui al malato vengono forniti i mezzi per togliersi la vita in modo non doloroso).
Si tratta di un argomento controverso che è oggetto di dibattito in campito morale, religioso, legislativo, scientifico, filosofico e politico. Attualmente, l’eutanasia (in qualche forma) è legale solo in alcuni Paesi; in altri viene giuridicamente inquadrata come forma di omicidio. Un concetto antitetico all’eutanasia (passiva) è l’accanimento terapeutico, ossia il tentativo di tenere in vita una persona morente – anche contro la sua volontà o l’interesse – in caso di patologie estremamente critiche.
Credo che una delle paure più importanti dell’uomo (mia non di certo) sia quella della Morte, quella inesorabile "Signora vestita di nulla", che ci attende inesorabile ed imprevedibile, decisa a portarci con sé.
Alla paura della morte in quanto tale, "naturale" (quando sarà la nostra ora) si sovrappone – per alcuni di noi – il terrore, che parrebbe contraddittorio – di non poter morire, qualora lo avessimo coscientemente deciso, schiacciati da sofferenze insanabili o da malattie senza rimedio.
A sollevare lo spinoso problema dell’eutanasia è stato – in questi giorni e ripetutamente – il caso Welby.
Il problema è talmente grande e personale la sua soluzione, legata strettamente a convinzioni individuali morali e religiose, che non mi sento proprio di espormi in giudizi o sentenze.
Ognuno di noi ha un modo differente di affrontare il dolore fisico e quello morale: c’è gente che si fa estrarre i denti senza anestesia, altra che non sopporta una iniezione sottocutanea; gente che riesce a superare la scomparsa di un parente carissimo con animo esemplare, altra che si abbatte per una contrarietà che a noi parrebbe facilmente superabile.
Ci appare chiaro che una decisione così difficile metta il Parlamento in serio imbarazzo, per tutte le conseguenze che ne deriverebbero, con possibilità di abusi da parte di parenti avidi di ereditare o semplicemente di sbarazzarsi di vecchi incomodi da accudire, solo per citare alcuni dei casi che si potrebbero prospettare. Allora dico, ben venga un referendum a riguardo, visto che in passato ne son stati proposti altri che non meritavano nemmeno l’esser presi in considerazione.
Può apparire (può) altrettanto comprensibile l’atteggiamento della Chiesa impossibilitata a concedere un diritto morale (e soltanto morale dovrebbe essere la sua preoccupazione) di soppressione, all’uomo (in contrasto con gli insegnamenti della sua dottrina), ma resta il fatto che tutti temiamo di finire vittime di malattie invalidanti al punto da martirizzarci con dolori insopportabili o di toglierci anche un minimo di quella imprescindibile indipendenza che sfocia nella dignità di andare in bagno da soli senza occhi che ci guardino e mani che ci assistano.
Un medico oggi si è offerto di "dare quella assistenza che lei (Welby) con tenacia chiede, in grado di interrompere la sua sofferenza". "Allargare il suo problema all’eutanasia – prosegue il medico – significa disperdere il suo personale bisogno ed il rispetto di un suo sacrosanto diritto in un oceano di disquisizioni etiche rese praticamente inaffrontabile dalla forte presenza ed influenza delle gerarchie ecclesiastiche nel nostro Paese e sulle forze politiche. Il suo caso è un altro. Si tratta semplicemente di interrompere un atto terapeutico che era già accanimento nel momento stesso in cui fu deciso".
Tempo fa uno dei più grandi, se non il più grande giornalista italiano, Indro Montanelli, scriveva: "…quando un invalido, per qualunque motivo lo sia, non ha più la forza di sopportare le sofferenze fisiche e morali che l’invalidità gli procura, e senza speranza di sollievo se non quello procurato dagli analgesici, ha il diritto di esigere dal medico il mezzo per abbreviare questa via Crucis; e il medico ha il dovere di fornirglielo, sia pure riservandosi la scelta di una procedura che lo rimetta al riparo dalle conseguenze penali di una legge che andrebbe, come tante altre, aggiornata; ma che nessun Parlamento né presente né futuro, mai sarebbe capace di affrontare senza trasformarla in una rissa di partito a scopi puramente demagogici ed elettorali. (…) Il mio modesto appello, che per fortuna non è più soltanto mio, lungi da rivolgersi ad uno Stato afflitto da congenita sordità ad ogni istanza di civiltà, aveva ed ha due altri destinatari: il medico e, ove venga chiamato in causa, il magistrato. So benissimo – e mi pare di averlo detto anche qui – che un Paese cattolico come l’Italia (dove cattolici siamo tutti, lo siamo anche, perfino nel nostro anticlericalismo, noi laici) una legge che, come in Olanda, autorizzi l’eutanasia, non sarà mai accettata. Ma non c’è legge che non sia interpretabile secondo il dettato della pubblica coscienza. E la pubblica coscienza, almeno a quanto accertano i pubblici sondaggi, si sta orientando nel senso che noi riteniamo giusto".
Ritornando al caso Welby, voglio ricordare che ha 60 anni e da più di 40 combatte una malattia che ancora oggi non conosce cura: la distrofia muscolare progressiva. Siamo di fronte ad una esplicita richiesta, ad una supplica…quella di non vivere vegentando come da 40 anni fa Welby; mettiamo da parte il nostro credo religioso e poniamoci un secondo (non di più, si rischierebbe la pazzia) nei panni di quelle persone, malate terminali, paralizzate, senza più un briciolo di speranza, ai quali ogni giorno di vita è sinonimo ad un giorno di sofferenza…chi sopporterebbe una simile condanna?!
E non venite a fare il discorsino di catechismo religioso perchè non attacca…nessuno sopporterebbe il dolore all’infinito, nessuno avrebbe il coraggio di sperare in un miracolo!!
Se avessimo un nostro stretto parente che giornalmente ci chiede di staccare la spina cosa faremmo, preferiremmo forse vederlo soffrire o daremmo la pace ad un corpo che da anni non ne ha più?! Non è più vita ma esclusivamente un semplice mantenimento in attività di funzioni biologiche, il corpo è diventato una macchina che insieme ad altre macchine respira, si alimenta e niente altro.
Il cervello purtroppo è ancora lucidissimo, e soffre…Se una persona ha deciso di smettere di vivere nelle sue piene facoltà mentali che diritto abbiamo noi di dirgli NO e condannarlo a vegetare contro il suo volere?! Non sarebbe una scelta facile ma dev’essere visto come un estremo atto d’amore, non come un omicidio…
Termino qui il mio personale parere, anche perchè all’inizio avevo detto che non volevo espormi in giudizi o sentenze, invece l’ho fatto. Per quel che mi riguarda , nel caso dovrei esser io a ritrovarmi in questa situazione, non solo dico che la spina dovete staccarmela, ma se mi volete veramente bene, non dovete proprio attaccarla!
3 infrazioni da 5 punti in un anno: addio patente!
Bologna: 9 secoli di storia sulla torre degli Asinelli.
Scandalosi!
Mou, così non vale!